
Leah Rabin
June 9, 2026
David Grossman
June 9, 2026Testimonianza
Carlo Azeglio Ciampi – 1999
Tutti noi abbiamo nella nostra vita un dovere di testimonianza. Testimonianza che diventa la malta della storia e della tradizione, che costruisce quel tessuto di costume e di cultura che impregna i giorni e il secolo di una nazione.
E testimoniare diventa impresa quasi sovrumana quando il partecipare diventa sofferenza fisica e tormento spirituale, quando l’essere coinvolti in una vicenda di orrore quale mai il mondo conobbe rischia di annientare lo spirito e di snervare l’intelletto.
La grandezza di Primo Levi fu nell’essere testimone. Testimone fino in fondo, fino al trionfo dello spirito sull’abbrutimento, della speranza sull’orrore, della nobiltà sulla bassezza. Quella che Primo Levi chiamava la deriva della memoria non deve abbandonare la memoria dell’olocausto. Questo è il primo insegnamento che con la sua testimonianza egli ci ha voluto dare.
Ma la grande lezione di Primo Levi fu del ricordo. Un ricordo non certo rarefatto, anzi preciso e forte. Un ricordo che vola con la potenza dello spirito, con l’intento appassionato e spassionato insieme di risvegliare le coscienze. Primo Levi si è fatto scrittore senza nulla concedere alla rabbia, alla vendetta, trattenendo le sue stesse emozioni. Si è imposto di essere narratore degli eventi tragici che lo hanno colpito, perché il lettore senta che l’indignazione suscitata dalla descrizione di quella violenza cieca è sua propria e non indotta al narratore. Oggi la piaga dell’olocausto non è chiusa, ma non è più motivo di diffidenza verso la nazione dove l’olocausto si consumò.
Non è una categoria nazionale, ma una categoria dello spirito, sia pure di uno spirito sanguinario impazzito.
Più volte Primo Levi mise in guardia dal credere che gli orrori della guerra, e soprattutto gli orrori della violenza inutile, potessero non più tornare.
Più volte ci disse che la sua testimonianza voleva essere un baluardo contro un reflusso degli orrori che aveva vissuto.
Oggi sappiamo che questo pessimismo della ragione non era infondato.
Di qui la nostra angoscia.


